San Miniato e il Tartufo Bianco

 

Un antico detto popolare dice che fra Doderi, Montoderi e Poggioderi c'è un vitello d'oro. In quel triangolo nella Valdegola sta il cuore della zona tartufigena samminiatese.

 

Il Tartufo Bianco delle Colline Samminiatesi è il Tuber Magnatum Pico, un fungo sotterraneo che si trova a pochi centimetri di profondità in un numero limitato di aree predilette per la particolare - e quasi misteriosa - combinazione di fauna forestale e di sostrato geologico.

Per molto tempo poteva essere commercializzato solo con il nome di tartufo bianco di Alba o Acqualagna. Con la Legge n. 752 (1985) si stabilì che il Tuber Magnatum Pico si commerciasse solo con il nome latino con accanto la zona geografica di raccolta. Così la Regione Toscana stabilì le seguenti zone di produzione per il tartufo bianco toscano: delle Colline Sanminiatesi, delle Crete Senesi, del Casentino, del Mugello e della Val Tiberina.

Di queste aree predilette del tartufo bianco, San Miniato rappresenta una zona geografica con alta produzione estendendosi verso la sua campagna interna. La tradizione e l'attività di raccolta del tartufo è da poco più di 100 anni che si è organizzata attraverso gruppi familiari della zona, i cosiddetti tartufai. Più che cercatori, intere famiglie, ognuna con i suoi segreti tramandati da generazioni, i propri cani da tartufo e sentieri nascosti nei boschi.

Il tartufo di San Miniato detiene anche dei primati: suo è il tartufo più grande mai rinvenuto, un tubero di 2.520 grammi che fu donato nel 1954 al Presidente statunitense Eisenhauer. Ma suo è anche un primato di qualità dovuto alla fertilità dei boschi e anche all'accuratezza e al profondo rispetto per l'ambiente con cui avviene l'attività di raccolta, regolata da un severo disciplinare e da una precisa legge regionale giacché breve è la sua stagione (i tre mesi di ottobre, novembre e dicembre) e limitata la sua produzione.